Fronte bassa, clava, grugniti: l’immagine che ci portiamo dietro dell’uomo di Neanderthal è quella di un bruto poco più evoluto di una scimmia. È un ritratto ottocentesco che la paleoantropologia degli ultimi trent’anni ha smontato pezzo per pezzo. Vediamo tre leggende dure a morire, e poi entriamo nel dettaglio di un aspetto che gli va sempre stretto: cosa mangiava davvero.

Tre leggende infondate
1. “Erano stupidi”
Il Neanderthal aveva un cranio mediamente più capiente di quello di Homo sapiens. Seppelliva i propri morti, lavorava pigmenti minerali probabilmente a scopo simbolico, fabbricava utensili complessi in pietra e legno e, in alcuni siti, ha lasciato ornamenti in conchiglia e artigli d’aquila lavorati. Nulla di tutto questo è compatibile con l’idea di una specie priva di vita cognitiva e sociale articolata.
2. “Non erano capaci di linguaggio”
L’osso ioide ritrovato a Kebara, in Israele, è praticamente identico al nostro, e i Neanderthal condividevano con Homo sapiens la stessa variante del gene FOXP2, legato alle capacità linguistiche. Non abbiamo modo di sapere se parlassero esattamente come noi, ma l’apparato anatomico e genetico per farlo c’era.
3. “Erano carnivori bruti, mangiavano tutto crudo”
Qui la leggenda si scontra con dati piuttosto sorprendenti, che meritano un discorso a parte: la loro dieta era più sofisticata — e più stratificata — di quanto racconti lo stereotipo.
Chef preistorico: cosa mangiava davvero l’uomo di Neanderthal
Vero che mangiava solo carne? No
Le analisi degli isotopi di azoto nel collagene osseo, condotte su resti provenienti da diversi siti europei, mostrano valori altissimi, tipici dei grandi carnivori all’apice della catena alimentare: in pratica il Neanderthal si comportava, dal punto di vista nutrizionale, come un lupo o una iena, con stime che indicano fino al 90% delle proteine di origine animale. Per anni questo dato ha sostenuto l’idea di una dieta quasi esclusivamente carnea.
Poi però sono arrivate altre prove. Il tartaro dentale di diversi individui contiene amidi di cereali selvatici e tracce di cottura. E soprattutto, uno studio pubblicato su Antiquity nel 2022 ha analizzato resti vegetali carbonizzati nella Grotta di Shanidar, in Iraq (lo stesso sito della celebre “sepoltura fiorita”), risalenti a circa 70.000 anni fa: lenticchie selvatiche, piselli, veccia, semi d’erba e senape selvatica, pestati con pietre per eliminare la buccia amara e poi cotti insieme, probabilmente in una sorta di porridge o focaccia rustica.

Insomma: carnivori sì, ma non esclusivi. La loro dieta pendeva pesantemente verso la carne, con un contorno vegetale reale ma minoritario.
Eppure aveva un fegato enorme: perché?
La gabbia toracica del Neanderthal, a forma di botte, e il suo bacino insolitamente largo hanno una spiegazione fisiologica proposta da un gruppo di ricerca dell’Università di Tel Aviv: organi interni — fegato e reni in particolare — più grandi della norma, necessari per smaltire il carico di scorie azotate prodotto da una dieta iperproteica, soprattutto nei lunghi inverni glaciali quando la selvaggina disponibile era magra e le riserve vegetali quasi azzerate. Un fegato piccolo, semplicemente, non avrebbe retto quel regime.
Il confronto con la nostra dieta
Le linee guida nutrizionali attuali indicano che le proteine dovrebbero coprire indicativamente il 10-20% delle calorie giornaliere di un adulto. Il Neanderthal viveva stabilmente a livelli di assunzione proteica che, per un essere umano moderno privo dei suoi adattamenti fisiologici, sarebbero pericolosi: un eccesso di proteine senza un adeguato apporto di grassi o carboidrati può portare a una condizione nota come “avvelenamento da proteine” o “rabbit starvation”, con nausea, diarrea e nei casi estremi rischio di morte. I Neanderthal la evitavano privilegiando la carne grassa e gli organi interni (fegato, midollo) rispetto alla carne magra, oltre a integrare con i vegetali di cui sopra.

La ricetta: la “zuppa” di Shanidar
Il team che ha studiato i resti di Shanidar ha provato a ricostruire e cucinare una versione moderna di quella preparazione, ottenendo un risultato descritto come una via di mezzo tra una focaccia e una piadina, dal sapore nocciolato. Ecco una versione domestica, facilmente riproducibile:
Ingredienti: lenticchie secche, piselli secchi, un pizzico di senape selvatica o senape in polvere, semi misti (grano saraceno o farro spezzato), acqua, sale q.b.
Preparazione: mettere in ammollo lenticchie e piselli per una notte, poi scolarli e pestarli grossolanamente in un mortaio insieme ai semi, fino a ottenere un composto grezzo. Aggiungere acqua fino a formare una pasta densa, insaporire con la senape e il sale, quindi cuocere su una pietra rovente o in una padella antiaderente come una focaccia spessa, oppure allungare con più acqua e cuocere in pentola come una zuppa densa. Il risultato è rustico, nocciolato, sorprendentemente saporito.

Un video per approfondire
Ne parlo anche in video, con qualche dettaglio in più sull’anatomia e sul comportamento del Neanderthal:
Domande e risposte
D: I Neanderthal e i Sapiens si sono davvero incrociati?
R: Sì. Il DNA di gran parte della popolazione umana attuale non africana contiene tra l’1% e il 2% di eredità genetica neanderthaliana, prova diretta di incroci avvenuti quando le due specie hanno convissuto in Eurasia.
D: Perché si sono estinti?
R: Non esiste una risposta unica accettata da tutti gli studiosi. Tra le ipotesi più accreditate: popolazioni piccole e frammentate, competizione con Sapiens per le stesse risorse, cambiamenti climatici rapidi e una dieta molto specializzata e quindi meno flessibile in caso di crisi ambientale.
D: Usavano il fuoco per cucinare abitualmente, non solo per scaldarsi?
R: Le tracce di amidi cotti nel tartaro dentale e i resti vegetali carbonizzati di Shanidar confermano che la cottura era una pratica ricorrente, non un’eccezione.
D: Erano cacciatori solitari o organizzati in gruppo?
R: I siti di caccia con resti di grandi erbivori abbattuti in massa (come a La Cotte de St Brelade, sull’isola di Jersey) indicano strategie di caccia collettiva e coordinata, non episodi isolati.
Riferimenti bibliografici
- Kabukcu, C. et al., “Cooking in caves: Palaeolithic carbonised plant food remains from Franchthi and Shanidar”, Antiquity, 2023.
- Richards, M.P. e Trinkaus, E., “Isotopic evidence for the diets of European Neanderthals and early modern humans”, PNAS, 2009.
- Jaouen, K. et al., “Zinc isotope ratios reveal a high-trophic-level diet for a Late Pleistocene Iberian Neanderthal”, PNAS, 2022.
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Sono Antonio Meridda, zoologo, etologo e naturalista. Scrivo di evoluzione umana ed etologia partendo dai dati, senza mai perdere il gusto della narrazione.
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