Approfondiamo qui alcuni aspetti della vita dei Neandertal e dei Sapiens che abbiamo visto nel romanzo ma che, per motivi di trama, non è stato possibile presentare con dovizia di particolari.

Pittura rupestre della Grotta di Chauvet, Francia (circa 30.000-32.000 anni fa). Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio.
Perché i Neandertal cacciavano bestioni come questo, anziché accontentarsi di prede più piccole e meno pericolose? La risposta sta nel loro metabolismo: erano creature molto “dispendiose”, che consumavano, a parità di peso, il doppio delle calorie di un Homo sapiens. Solo grossi animali potevano soddisfare un appetito così enorme.

Pittura rupestre della Grotta di Altamira, Spagna. Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio.
Oltre a Chauvet, altri straordinari esempi di pittura rupestre, anche se più recenti, sono quelli di Altamira in Spagna e di Lascaux in Francia. Non abbiamo testimonianze così antiche in Italia, ma pare abbastanza sicuro che anche i Neandertal utilizzassero colori come l’ocra rossa per decorarsi, e che i Sapiens dell’epoca ne usassero altri. È quindi possibile che qualcuno si sia preso la briga di disegnare le scene più importanti, da tramandare ai posteri, sulle pareti delle grotte che abitavano. Dobbiamo solo trovarle: vicino ai protagonisti di questo racconto, nelle Grotte dell’Arco (Bellegra, circa 80 km da Roma), sono state scoperte pitture rupestri risalenti a meno di 20.000 anni fa.


Raschiatoi di tipo musteriano. Fonte: Gary Todd — Wikimedia Commons, pubblico dominio.
Confronto tra i tratti cranici di Homo sapiens e Neanderthal. Fonte: Cleveland Museum of Natural History — Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0
Presso i Neandertal era comune la tecnica di lavorazione con i raschiatoi di tipo musteriano. Grazie a questi complessi e precisi strumenti fu possibile la costruzione di capanne sempre più complesse, e non era più necessario usare i denti per tagliare pelli e cortecce. Questo permise la riduzione dello spessore degli incisivi e di conseguenza della mandibola: la bocca divenne più capace di comunicare e il “carico” sul collo fu diminuito.
Le conseguenze positive furono un incremento della massa cranica, che nei Neandertal raggiunge infatti il massimo sviluppo — superiore anche al nostro volume, il che significa che avevano un cervello più grande di quello dell’Homo sapiens! Probabilmente un adattamento dovuto alla vita selvatica: gli animali selvatici hanno infatti un cervello maggiore dei corrispettivi domestici, come cani e gatti se paragonati a lupi e gatti selvatici.
Le conseguenze negative furono l’indebolimento del collo, che divenne così fragile da risentire dei cosiddetti “colpi di frusta”, oggi così diffusi ma che tra le altre scimmie non esistono proprio. Nonostante questo, i denti dei Neandertal erano “spinti in fuori” rispetto ai nostri, come se fossero affetti da prognatismo — probabilmente perché usavano i denti come strumento per aiutarsi nella concia delle pelli, in modo simile a quanto fanno ancora oggi gli Inuit, ma con una posizione dei denti nettamente meno adatta.


Artiglio di aquila di mare modificato, sito di Krapina, Croazia (circa 130.000 anni fa). Fonte: Radovčić, Oros Sršen, Radovčić, Frayer — Wikimedia Commons / Scientific Reports, CC BY 4.0.
Esempi di utensili e amigdale in pietra del Paleolitico Medio. Fonte: Wikimedia Commons (Pubblico Dominio).
Le armi usate dai Neandertal erano per certi versi più “semplici” di quelle usate dagli H. sapiens. Comprendevano soprattutto asce a mano, o amigdale: sono il resto di grossi noduli di selce, scheggiati ai bordi per ricavarne schegge più piccole. Sono anche state trovate numerose punte di selce, quasi di sicuro usate come punta di pesanti bastoni, usati come lance nella caccia a grossi animali.
Gli altri strumenti usati, ma non per la caccia o per combattere, erano i denticolati, cioè schegge di selce senza punta col margine dentellato. Erano delle primitive seghe a mano, usate per lavorare legno, ossa e tendini. C’erano poi i raschiatoi, coltelli di selce da usare senza manico, per tagliare la carne, e i cosiddetti flauti, cioè ossa lunghe forate, che sarebbero degli accendini: nei fori venivano sfregati bastoncini di legno per accendere della paglia.
Anche se alcuni ricercatori sostengono che i Neandertal non avessero uno sviluppo culturale tale da elaborare una simbologia come la nostra — quindi privi di tutto ciò che è arte e immaginazione vera e propria — la maggior parte dei ritrovamenti ci porta a pensare che, al contrario, portassero collane e si adornassero con zanne e corna delle prede uccise. In alcuni casi, come nei ritrovamenti di Krapina (Croazia), gli animali uccisi non avevano tanto lo scopo di nutrimento quanto di prova di abilità o di coraggio. A Krapina, infatti, sono state ritrovate collane fatte con artigli d’aquila. È molto improbabile che, dovendo andare a caccia di uccelli, si scegliessero le aquile, grosse e pericolose, anziché i ben più innocui piccioni o le ancor più placide galline: sembra invece molto più probabile che la cattura o l’uccisione di un’aquila possa dimostrare, data appunto la pericolosità della preda, l’abilità notevole del cacciatore.